Un tuffo nel Cerchio delle Mamme: maternità e condivisione

art_cerchio-mamme_fotoL’abitudine delle donne di ritrovarsi per condividere curiosità e timori, sapori e ispirazioni, in momenti diversi della propria vita, ha una storia antica. Raccontarsi per conoscersi e metabolizzare i cambiamenti, trasformando l’energia incastrata nelle tensioni in una vibrazione leggera e creativa, è una specie di rituale che puntella le storie delle donne, accompagnato da profumi di tè e spezie, sapori di lacrime e biscotti, risate e sospiri.

Si può dire che nel solco di questa irrinunciabile tradizione abbia preso forma l’idea del Cerchio delle Mamme. Si tratta di una idea condivisa tra donne che condividono amicizia e passioni professionali. Una idea che ha subito preso forma di progetto ed esperienza; e che immediatamente ha trovato gambe per andare in giro a cercare lo spazio giusto, comodo e accogliente, nel quale esprimersi.

Il Cerchio delle Mamme è un’occasione di incontro tra donne accomunate dall’esperienza della maternità. E’ l’occasione per esplorare il proprio modo di stare al mondo, come donna e come madre, sperimentando di volta in volta i linguaggi che più hanno a che fare con il proprio benessere.

L’esperienza della maternità è densa di cambiamenti che vanno metabolizzati e di scoperte che vanno integrate nel proprio esser donna, insieme alle sensazioni ed alle emozioni che caratterizzano questo percorso. Nel Cerchio delle Mamme,  le donne incontrano altre donne e si rispecchiano le une nelle altre, condividendo dubbi e problemi, paure e capacità creative, dolori e sogni.

A partire dalle esperienze e dai desideri di ciascuna donna che vi prende parte, il Cerchio delle Mamme si muove esplorando territori differenti e maneggiando una molteplicità di temi che hanno a che fare con l’essere donna e madre. Alcuni dei temi che spesso sollecitano l’interesse sono:

–       Il parto: fantasie, aspettative, racconti, sogni;

–       L’allattamento, una scelta aldilà di convenzioni, prescrizioni e consigli;

–       La maternità: rituali quotidiani tra aspettative e realtà;

–       La trasmissione del sapere da neomamme a future mamme, familiarizzare con un neonato;

–       La maternità tra immaginario ed esperienze: le nostre madri, le nostre nonne e i miti familiari;

–       I linguaggi della maternità nella relazione (con i figli e con i compagni o le compagne);

–       Corpo di madre e corpo di donna: quel che  è amato, quel che è temuto, quel che è respinto;

–       Maternità e femminilità, tra aspettative e scoperte.

Le donne che stanno per diventare madri e le donne che hanno appena messo al mondo una bimba o un bimbo spesso si ritrovano sintonizzate su interrogativi e riflessioni simili.

Sto per partorire e non ho mai tenuto davvero un neonato in braccio: e se non fossi capace? Non ho la più pallida idea di come si cambiano i pannolini! Ho appena partorito, a chi posso raccontare questa mia esperienza? Sono l’unica che si annoia terribilmente a casa da sola col suo bambino? Sono l’unica a cui capita di non capire perché il suo bambino piange tanto? Ho la sensazione che la mia coppia stia cambiando e mi sento agitata e disorientata per questo! Faccio fatica a raccontare al mio compagno o alla mia compagna i miei timori: dove trovo le parole?

Il Cerchio delle Mamme  è uno spazio aperto alle donne in gravidanza, alle mamme  e ai loro bambini da 0 a 6 mesi. Le partecipanti, che lo desiderano, possono scegliere di tenere con sé nel Cerchio il proprio bimbo o la propria bambina; possono cambiarlo, allattarlo/a o preparare per lui o lei il biberon.

Gli incontri del Cerchio delle Mamme si tengono una volta a settimana, hanno la durata di 2 ore e sono guidati da due donne – Angela e Olivia, l’una psicologa e psicoterapeuta e l’altra doula e consulente alla pari in allattamento.

 

 

Se sei interessata, puoi scrivermi all’indirizzo info@angelaangelastro.it

Il perineo femminile, questo sconosciuto

red.purple.mandala.wc1_1Il perineo è un luogo misterioso e pressocchè sconosciuto, nelle sue caratteristiche e nelle sue potenzialità. E’ un luogo che ha profondamente a che fare con l’universo sensoriale ed emotivo di ciascuna donna in ogni momento della sua vita.
Il perineo, per la sua stessa collocazione anatomica, è legato alla sessualità di ogni donna e spesso, proprio per questa ragione, nel tempo è divenuto bersaglio di condizionamenti culturali che finiscono per interrompere il contatto di una donna con la propria energia vitale.
Condivido con Angela Nitti e Dalila Bucci l’idea che “(…) Ignorare il perineo, non curarlo, significa indebolire il nostro corpo e la nostra identità (…)”.
Ed è per questa ragione che sostengo la necessità promuovere e sostenere il dialogo che ciascuna donna può intraprendere con il proprio corpo. Si dice che quel che non siamo disponibili a dire, il nostro corpo finisce per urlarlo. Dunque, fare l’esperienza del dialogo col proprio corpo – e con il perineo, in particolare – può rappresentare un’occasione per sperimentare e dare spazio e sonorità a quella voce che ogni donna, per convenzione o per abitudine, per educazione o per pudore, finisce per tenere chiusa dentro di sè.

Per avviare questo dialogo intimo è necessario, innanzitutto, visualizzare dove si trova il perineo e come è fatto.

Il perineo è quella regione del  corpo che si trova tra la sinfisi pubica (in alto), il coccige (in basso) e le tuberosità ischiatiche (lateralmente). Nel perineo terminano tre canali: uretra, vagina e retto. Il perineo è formato da un piano cutaneo e un piano muscolare (pavimento pelvico), che insieme  chiudono la pelvi.

Il pavimento pelvico è formato da strati muscolari e legamentosi che, dall’interno verso l’esterno, sono: diaframma pelvico, diaframma uro-genitale, strato dei muscoli sfinterici superficiale, strutture fasciali e legamentose di rinforzo. Il pavimento pelvico è collegato alle principali funzioni neurovegetative, quali la sessualità, la riproduzione, l’evacuazione e la respirazione.

Nel pavimento pelvico, inoltre, si colloca la sede metaforica dell’inconscio e dell’istinto.

Come accade per ogni muscolo del nostro corpo, anche la muscolatura perineale si può allenare. Questo particolare allenamento, caratterizzato dalla percezione e dalla conoscenza tattile di questa muscolatura, promuove la consapevolezza dell’identità femminile; inoltre, concorre alla tonificazione della muscolatura con la conseguente possibilità di ampliare il piacere sessuale. Vi sono poi alcuni ulteriori buoni motivi per allenare e tonificare la muscolatura perineale*:

“- Sia che tu abbia avuto una gravidanza o no, può succederti di soffrire di incontinenza urinaria. Gli esercizi perineali prevengono l’insorgere di questo disturbo e/o migliorano le condizioni delle donne che ne soffrono.

– un perineo tonico e allenato previene l’insorgere di prolassi, migliorando la capacità di sostegno dei visceri.

– migliorare la circolazione pelvica prevenendo o dando un valido sostegno terapeutico a problematiche emorroidali o di stipsi.

– l’allenamento del pavimento pelvico aiuta a prevenire le cistiti ricorrenti.”.

Questo allenamento si può fare in molti modi, facendo ricorso ai cosiddetti  “esercizi di kegel”. Un esempio è quello del pipì stop, che permette di trovare consapevolezza di quali siano i muscoli da esercitare: a vescica vuota,  puoi provare  a contrarre la muscolatura come per trattenere la pipì. Un altro modo di allenare la muscolatura perineale è quello di usare le palline di keghel.

A valle di queste riflessioni, nasce l’esigenza di creare uno spazio intimo nel quale, con delicatezza ed allegria e con l’aiuto dell’ostetrica Ivana Arena, fare esperienza di questo prezioso dialogo con il perineo.

Se sei interessata e curiosa puoi scrivermi all’indirizzo info@angelaangelastro.it oppure contattarmi telefonicamente al numero 3204883132.

 

 

 

* http://www.angelanitti.it/blog/il-perineo-femminile-una-porta-nel-corpo-di-ogni-donna/

Diventare genitore: da dove comincio?

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Frugando tra i miti e le storie che accompagnano l’esperienza del diventare genitore ho scoperto la tradizione di una tribù africana che mi ha molto incuriosito. In questa tribù la data di nascita di un bambino coincide con il giorno in cui questo arriva come pensiero nella mente della madre. Quello è l’istante in cui tutto comincia ed è quello il momento in cui il figlio viene concepito.

Giocare con l’etimologia delle parole ci fa osservare come il verbo concepire abbia a che fare con l’accogliere in sé: da una parte, l’essere fecondati e, dall’altra, l’ideare, immaginare, ricevere nell’animo.

La storia africana racconta che quando una donna decide di avere un bambino, si siede sotto un albero e ascolta finché sente il canto del suo bambino. Dopo averlo sentito raggiunge colui che sarà il padre del bambino e gli insegna il canto; mentre fanno l’amore, i due cantano la canzone del bambino, per invitarlo a raggiungerli.

Il desiderio di diventare genitore, madre o padre, è accompagnato da mille piccoli ed intimi rituali, che risultano indispensabili ad intessere i legami e le relazioni che caratterizzeranno il nido ed il fare famiglia. Le famiglie non sono che genitorialità incarnate. Anne Cadornet sottolinea come la genitorialità sia quel sistema che attribuisce dei figli a dei genitori e dei genitori a dei figli, combinando in modi diversi e nelle diverse epoche e culture tra loro le dimensioni di alleanza e filiazione e residenza.

Così prende forma una visione della genitorialità che ne valorizza l’energia creativa contenuta nel desiderio di dare alla luce un figlio. Il desiderio, l’atto di desiderare, significa letteralmente cessare di contemplare le stelle a scopo augurale; allude alla distanza tra il soggetto e l’oggetto di desiderio e al moto dell’animo che li lega. Desiderare è guardare con l’affetto a qualcosa che non si ha e che piace. Il desiderio ha a che fare con il legame tra colui che desidera e l’oggetto del desiderio; ha a che fare con la progettualità che conduce la persona e, laddove esiste, la coppia a costruire la propria genitorialità, muovendosi tra idee e immagini, aspettative ed esperienze.

Questa progettualità ha bisogno di spazio per essere raccontata e di tempo per essere esplorata e di intimità per essere condivisa. Le persone che intraprendono il viaggio verso la propria genitorialità spesso si sentono disorientate rispetto ai modi per fare spazio a questa esperienza e coltivare quel legame, che già esiste nel momento stesso in cui il desiderio di paternità e di maternità prende forma e dal quale nascerà l’incontro. Il concepimento è un incontro di progettualità, quella della persona, del genitore, dei genitori e quella della creatura che verrà al mondo. Verena Schmid nota che anche i bambini hanno un loro personale progetto di nascita e spesso questo progetto non coincide con quello dei genitori. Stare in ascolto del senso che il desiderio di diventare genitore, l’esperienza di genitorialità e l’incontro con l’unicità del proprio figlio permette alla persona ed alla coppia di realizzare la propria creatività lasciando andare rigidità, convenzioni e giudizi.

Mi piace concludere questa riflessione tornando un momento alla storia della tribù africana. Durante la gravidanza, la madre insegna il canto del bambino alla levatrice e alle anziane del villaggio, perché quando il piccolo verrà alla luce esse possano innalzare quel canto per dargli il benvenuto. Condividere con il proprio mondo affettivo l’energia che sta nel desiderio di diventare genitore e nel proprio progetto di vita rappresenta una possibilità preziosa di costruire creativamente una vita di buona qualità ed un nido accogliente.

 

 

Per approfondimenti:

– Cadoret A. (2008). “Genitori come gli altri. Omosessualità e genitorialità”. Milano, Universale Economica Feltrinelli

Schmid V. (2005). “Venire al mondo e dare alla luce. Percorsi di vita attraverso la nascita”. Milano, Universale Economica Feltrinelli

“Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh. Qualche riflessione

Ho sempre amato il blu.
Da bambina era il mio colore preferito quando mi prendeva la voglia di disegnare; e ancora oggi, mentre sono al telefono o lavoro, scarabocchio in blu.
Mi son sempre detta che, essendo cresciuta in una città affacciata su un porto, col mare che ti bussa alla finestra quando cambia il vento, avere un debole per il blu sia la cosa più naturale del mondo.
Il blu ha a che fare con me.
E dev’essere anche per questo che mi son lasciata incuriosire da “Il blu è un colore caldo”, la graphic novel di Julie Maroh uscita con Editions Glènat nel 2010 e pubblicata da Rizzoli-Lizard nell’ottobre 2013.
È la storia di un colpo di fulmine: riflessi blu che scalfiscono le consuetudini dell’adolescenza; è la storia di una passione, imprevista e tenace, che mette addosso il coraggio per stare in equilibrio tra distanza e intimità. È la storia di un amore adulto, al quale tocca fare i conti con la quotidianità e le incomprensioni, con le aspettative e le delusioni, con le illusioni e le scoperte. Un amore che, anche di fronte alla dolorosa impotenza di una malattia e della morte, svela un prezioso segreto: “L’amore dipende da noi, siamo noi a percepirlo e viverlo. Se non esistessimo, non esisterebbe (…) Forse l’amore non è eterno, ma ci rende eterni”, dice la protagonista.
Insomma, è la storia più naturale del mondo, quella di un amore e di molti amori.
Eppure è una storia puntellata qua e là di dubbi e vergogna – “hai mai avuto vergogna di essere così?” – e di rivelazioni – “Solo l’amore può salvare questo mondo. Perché dovrei vergognarmi di amare?”. Questo è un frammento di uno dei dialoghi che costellano la storia, che è la storia, più naturale del mondo, di un amore tra due donne.
È il racconto – immagini e parole – di un incontro, con se stessi prima ancora che con l’altro.
Nel testo, nutrite dalla delicatezza delle immagini, le parole raccontano il percorso attraverso il quale una giovane donna incontra se stessa e la propria omosessualità.
Il blu è un colore caldo è, tra le altre cose, la storia del viaggio durante il quale Clémentine, adolescente, pian piano e con fatica, integra l’attrazione erotica con le fantasie e con i sentimenti che prova e con le altre parti di sè, affronta i rifiuti, vive le separazioni e si avventura nella costruzione di una espressione di sè un po’ più libera.
Ancora una volta, sembra la graphic novel possa rappresentare l’occasione per esplorare e raccontare i vissuti legati alla scoperta di sè e all’incontro con bisogni, desideri e scelte, che qualche volta si fa fatica a contemplare nel panorama della propria esistenza. Sovente l’esperienza di integrare la propria omosessualità, riconoscerla quale parte del nostro stare al mondo, provoca un conflitto che si fa fatica anche solo a raccontare. La graphic novel della Maroh è una bella occasione per scoprire in quanti modi ci si può raccontare quando le parole hanno a che fare con l’amare, che è l’esperienza più naturale del mondo.

Il blu è un colore caldo
di Julie Maroh
Rizzoli-Lizard, 2013
(158 pp)

*L’articlo è stato proposto per pubblicazione alla Rivista INPsicoterapia

Meditazione sul babbà al rhum. Costruire storie in psicoterapia

racconto

Con il tempo sto imparando che spesso il cuore del mio lavoro sta nel duettare con l’altro mentre racconta la propria storia, trova parole impreviste e con le proprie mani intreccia consuetudini e curiosità e si muove, consapevole di rischiare anche una certa dose di frustrazione, tra sapori e desideri.
La costruzione delle storie ha a che fare con quell’orizzonte di possibilità che la persona che viene in psicoterapia in quel preciso momento non vede e che soffoca con una ripetitiva danza di “non so” e “ma io”.
La persona che comincia una psicoterapia sovente parla di sè usando sempre le medesime parole e si aspetta che, nonostante questo, l’esito della narrazione possa essere nuovo e soddisfacente. Naturalmente, finisce per andare incontro a quella fastidiosa dose di frustrazione che immobilizza la vita.
Il fatto è che, se ogni vita merita un romanzo, come affermavano i coniugi Polster, è indiscutibilmente evidente che la costruzione della storia dentro il romanzo necessita che usiamo un po’ di coraggio, il coraggio di usare parole nuove e di mescolare in modo nuovo anche le parole più consuete.
In certi momenti, d’altra parte, il coraggio pare proprio l’ultima delle risorse a disposizione. E, dunque, la psicoterapia ha tra i suoi obiettivi e sensi anche quello di permettere alla persona di accorgersi pienamente delle proprie risorse, scoprendo anche come il coraggio inaspettatamente gli appartenga già.La costruzione di storie è uno dei modi per metter mano concretamente a questa esperienza; e diventa ancora più divertente quando la storia è scritta a quattro mani.
Ed è così che nascono racconti semplici, come questo.

“Meditazione sul babbà al rhum”
Quel tipo solitario con il cappello giallo della stagione bella ogni domenica mattina se ne stava seduto sulla solita panchina a est: faceva finta di leggere il giornale e fissava il solito nasone, quello che pisciava acqua gelata ogni volta che qualcuno gli faceva girare la rotella.
E ogni domenica alla stessa ora il tipo solitario con il cappello giallo decideva che era tempo di lasciar perdere quella posa così nevroticamente introspettiva e di passare all’azione.
Così chiudeva il giornale, lo piegava, salutava il nasone e andava a comprarsi il babbà al rhum.

La bottega poetica

La poesia è roba difficile! e poi non se la compra nessuno! Insomma, la poesia non serve! Eppure, poesia è l’arte del fare, un fare fatto ad arte.

Poesia è scombinare i punti di vista, mescolarli ed inventarne di nuovi. Poesia è un fare di bottega, dove smonti e capovolgi, giri e rimonti, avviti e spolveri, incolli e accartocci. E poi ricominci, finchè non ti funziona e finchè ne hai voglia.

Per fare tutto questo c’è da togliersi le scarpe e camminare. Come zio Paperone nel Clondike, c’è da setacciare l’acqua fino a scovare le pepite d’oro: maneggiare con coraggio e con fiducia le parole per trovare quelle che hanno il sapore del raccontare, perchè se è vero che ogni vita merita un romanzo è anche vero che dentro la tua poesia ci sta tutto il tuo universo. Poesia è dare il proprio senso alla propria strada. E quando il senso non si trova, allora lo si può inventare. 

La Bottega poetica è questo, un luogo nel quale puoi toglierti le scarpe ed inventare le parole per trovarti e raccontarti. Si tratta di un’esperienza di gruppo che propongo saltuariamente, con l’obiettivo di inventare imprevisti spazi di gioco.

Se sei curioso e vuoi qualche informazione sugli incontri, scrivimi all’indirizzo email info@angelaangelastro.it.

Non lasciarti intimidire dalle parole: vieni e gioca!

La perdita prenatale

girasoleIl 15 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata internazionale sulla consapevolezza della morte in gravidanza e dopo il parto.

L’ho scoperto per caso, proprio mentre facevo alcune ricerche per un lavoro in supporto alle coppie che si trovano nel mezzo del percorso di procreazione medicalmente assistita.

L’ho scoperto ed immediatamente il pensiero è andato ai momenti della mia vita in cui è stato importante fermarmi e fare spazio nel mio cuore a quel bambino che non era venuto al mondo. Fare spazio all’immaginazione, ai racconti, ai giochi, alle scoperte e a tutto quello che mi sarebbe piaciuto condividere con lui e insegnargli ed imparare da lui.

Ho ripensato al senso di sollievo che ho provato quando, per la prima volta, ho scelto di lasciare spazio a quella presenza sottile che, taciuta, mi aveva accompagnato per molti anni. Ho toccato quel doloroso senso di colpa che mi si era appiccicato addosso per il fatto di essere la sorella sopravvissuta. Ed ho trovato lentamente energia e ispirazione per trasformarlo in gratitudine per la possibilità che la Vita mi aveva dato e rispetto per il destino che la Vita aveva dato al mio fratellino.

Sino ad ora nella mia vita non ho fatto l’esperienza della gravidanza; d’altra parte ho avuto più di una occasione per sperimentare il bisogno di rallentare e dare dignità alla perdita ed espressione al dolore, alla solitudine, al senso di vuoto.

La giornata della consapevolezza della perdita prenatale è un’occasione per fare un respiro profondo e raccontare e, pensando a lui, dedicargli il posto che gli ho lasciato nel mio cuore.

 

Scoprendo cose semplici

(ri)ciclaminoQualche volta maneggiare le cose semplici non è affatto semplice. Messa a tappeto da un semplice colpo della strega, mi ritrovo distesa pancia all’aria vicino ad una pianta di ciclamino che sembra essersi smarcato meglio di me dalle fatiche degli ultimi mesi e che, a dispetto delle previsioni, si sta risvegliando. E cresce.                                  Ebbene, crescere è semplicemente questo stare nel tempo, morbidi come una foglia che nasce quando non te lo aspetti. E per accorgersene qualche volta basta cambiare semplicemente punto di vista. 

“Le ultime settimane mi hanno messo a tappeto” è una affermazione che capita di pronunciare e di ascoltare spesso. Si tratta di un modo analogico di raccontare come ci sentiamo, fiaccati dalle fatiche quotidiane e dalle difficoltà relazionali, da certi conflitti. Si tratta di una frase che attiva un fotogramma preciso: in primo piano c’è un ring o qualcosa di simile e sopra il ring ci sono personaggi alle prese con qualcosa di conflittuale, sovente irrigiditi dal bisogno di difendere una posizione e di averla vinta. E c’è qualcuno che finisce inevitabilmente a tappeto.

Se usciamo dalla metafora, scopriamo che quel “mi sento a tappeto” qualche volta è letterale. Contratture muscolari, schiena rigida, gambe doloranti e l’unica posizione tollerabile è quella che ci vede supini sul tappeto. Il punto di vista cambia e quel tappeto diventa lo spazio in cui sia possibile cercare una posizione ragionevolmente comoda per se stessi. E se ci guardiamo da fuori, mentre stiamo così distesi, mentre stiriamo goffamente e lentamente i muscoli e frughiamo questo nuovo orizzonte rasoterra, quello che vediamo non è chissà quale rivoluzione. Vediamo e sperimentiamo un semplice cambiamento della posizione e della postura abituali, in cerca di qualcosa che sia più in sintonia con come ci sentiamo in quel momento. E nel bel mezzo di questa esperienza “a tappeto” può capitare di fare scoperte curiose, come quella di un ciclamino che racconta la sua naturale voglia di crescere.

Incontro, al confine con la poesia

@Foto di Gloria Maccari
@Foto di Gloria Maccari

Scegliendo una direzione

 

È nel buio che devi guardare,/con disobbedienza ottimismo

e avventatezza. (M.Yourcenar)

 

Un po’ di tempo fa mi è successo di attraversare professionalmente uno di quei momenti in cui ti ritrovi alle prese con una relazione terapeutica un po’ difficile e a tratti insoddisfacente: stai lì a chiederti se i semi che hai messo sono proprio quelli dell’intimità e se l’alleanza terapeutica l’hai annaffiata troppo o troppo poco. Per intenderci, mi trovavo in uno di quei momenti, in cui sembra  che l’intimità e l’alleanza e la relazione siano poco più che concetti, che poco informano il fare terapia e ancora meno hanno a che fare con l’incontro. Insomma, me ne andavo in giro in cerca di ispirazione nel lavoro con un cliente, quando ho sentito Paolo Quattrini dire una frase che io ricordo suonasse all’incirca così: “non mi importa dell’effetto che faccio, mi importa di fare un effetto”.

Il Tao Te Ching dice: “Quando lascio andare quello che sono, divento quello che potrei essere. Quando lascio andare quello che ho, ricevo quello che mi serve”.

In qualche modo, quelle parole sono arrivate quando mi servivano: quel “fare un effetto” mi è rimasto addosso ed ha preso la forma – il senso – del rintracciare e coltivare un terreno nel quale mi sentissi a mio agio, abbastanza a mio agio da permettermi l’esperienza di incontrare intimamente l’altro.

Fare effetto,

lasciare traccia.

Trovare traccia.

Costruire e generare.

Evocare.

Cercare poesia

Inventare

poesia. Contemplare.

                                  Spostare il punto di unione.

Riconfigurare.

Cercare Trovare Inventare

Ispirazione

Inspirazione: fare spazio

E respirare. Camminare. Come intrufolarsi in un antico palazzo

e dare una mano ad aprire finestra dopo finestra.

Camminare e allargare l’orizzonte delle possibilità.

Dunque, che se ne vada il terapeuta, in cerca di poesia. Dalla poesia il terapeuta prende le parole: le parole quando disegnano immagini, le parole che trasformano. Con la poesia il terapeuta cerca senso; va in giro con il cliente a costruire senso, attraverso immagini che lascino traccia nei sensi. E qualcosa accade.

Un buon contatto passa per l’atteggiamento empatico del terapeuta. L’empatia non si può spiegare: piuttosto, il terapeuta può creare situazioni nelle quali il cliente fa esperienza di un atteggiamento empatico. Allo stesso modo, il terapeuta propone al cliente di sperimentare possibilità per reinventare il senso della propria esistenza, in una direzione che il cliente senta di volta in volta buona per sé.

Porsi con atteggiamento poetico è di grande aiuto, in quanto in genere i clienti con i terapeuti fanno un po’ come i bambini, ossia copiano. Così il cliente può copiare, trovare ispirazione, in quell’atteggiamento poetico nei confronti dell’esistenza.

In genere, l’atteggiamento è leggibile nei comportamenti che una persona mette in atto: il corpo mette in scena, metaforicamente e non, quel che ci succede dentro. In questo modo, se a proposito dell’empatia si è soliti parlare di “orecchio empatico”, quando penso all’atteggiamento poetico, facilmente me lo rappresento nelle mani. Mani poetiche, mani che prendono parole, frasi e storie, mescolano la punteggiatura, smontano la grammatica quotidiana e compongono senso. Un senso buono, da assaggiare con il corpo, per stare sul confine e stare nel contatto.

Se tutto questo è vero per me, allora come faccio io di solito per avventurarmi –paurosamente e coraggiosamente – fuori dai miei confini? In quale modo mi permetto di lasciarmi vedere e di toccare la realtà? Io lo faccio attraverso la scrittura. E la poesia, in particolare.

La poesia è quel posto in cui ho imparato a rifugiarmi quando la vita si faceva spaventevole. Quel posto in cui mi fermo quando voglio andare da qualche parte, come i fiumi carsici che mentre non li vedi vanno lontanissimo.  Nella poesia mi riposo, usando le parole per togliere parole. E mi fa senso, come con la pietra quando la scolpisci, che c’ha senso quando togli.

Ecco un segreto, mio: quando uso tante parole, per dire qualcosa, in qualche modo ho già bello che costruito il mio muro, l’ho scavalcato oppure ho trovato la breccia o ci ho scavato sotto un bel tunnel o tutte e tre le cose assieme; e sono già dall’altra parte, da un’altra parte, da qualunque parte. E non mi trovi più.

La poesia si può fare con tantissime parole e, allo stesso tempo, ne bastano pochissime per disegnare un’immagine e trasportare un senso. In terapia può accadere quel che accade un po’ nella vita quotidiana, ci si barcamena tra l’uso di tantissime parole e l’abuso di ingombranti silenzi.

Nel tempo ho sperimentato come la poesia rappresenti il mio modo rassicurante di stare nell’esistenza: giocare a scrivere poesia mi permette di conoscermi e di lasciarmi conoscere,  modulando il timore generato da un incontro troppo intimo per me, sul confine del contatto. La poesia, col tempo, è diventata il mio modo per fare l’esperienza d’esser sconfinata. La poesia è un buon modo per me per allenare l’anima ad inventare alternative. Con la poesia rispondo al mio bisogno di stare intima con me stessa per trovare il mio modo di incontrare l’altro, il cliente, intimamente.

Ho visto colleghi fabbricare esperienze di scrittura trasformativa ed espressione poetica nello spazio terapeutico e non solo (penso al lavoro che Giovanni Porta fa da tempo e che spesso mi ispira). In molte occasioni ho proposto ai clienti quello che funziona con me stessa: prendersi del tempo per stare con se stessi, in un incontro, e scrivere la propria poesia. E poi guardare che cosa si scopre di nuovo di sé e dell’altro e del mondo. Giocando con la poesia capita di fare scoperte senza sentirsi troppo scoperti, del resto è un gioco.

Ecco, io quando gioco con la poesia respiro meglio, come quando alzi la testa e  lo sguardo e allarghi le spalle e, mentre lo fai, ti accorgi della differenza.

 

Fabbricando senso, un senso di me

C’è chi fabbrica poesia

ride sul serio
                  inventa
giochi da grande
per giorni interi
                       rompe
il gioco del silenzio
e canta forte

disobbedisce
                  e cresce.

C’è chi si mette nelle scarpe
di un altro
                 e parte
cerca il suo nascondino,

l’isola che non c’è
sta ovunque.

Gioca a palla
-prigioniera?- rotola

poi si alza
                  e sogna.

C’è chi ruba la bandiera
e corre

poi dimentica
le regole e inventa
un altro gioco.

C’è chi fabbrica

                arte, da pazzo.

 *********

 Ovunque

Respiro. E corro, corro forte

corro e rincorro il fiato,

corro e perdo il fiato

faccio rumore

sull’asfalto con i piedi, sui pensieri

coi singhiozzi

per caso

inattesi

insperati. Piove quasi.

Così è. Così lascio

andare. Corro,

ed è come salutare.

Corro

e guardo negli occhi

quegli occhi mille volte

passare per il cuore

ri_cordare.

Corro

e l’alba l’ho consumata col sudore:

adesso

è giorno

e voglio andare.

Buongiorno!

ovunque tu sia andato a camminare.

*********

 Allora muoviti!

 

Fuori da qui

                   fuori

di me

sassi

 

a caso passi

 

per casa

 

Passi pure la pioggia

ma la noia, no! ché la notte

                                            fa presto

a imbrogliarmi: farfuglia

 

cose di buio

code di freddo

strizza

                             l’occhio ruba

il passo

ferma

                           un turno giro

intorno

poi mi sposto

 

scarto. E sorpasso.

 *********

Monologo al mare

Ricordi dove eravamo

quando eravamo felici?

Sospese, tra un amore grande

e qualche sbaglio.

Indifese.

E il mare

           a brontolare

ore ed ore a dare ascolto

a quel che penso

           ripenso.

In_difesa

           rifletto

riflesso

           modo passato

tempo trascorso

           Scorro

           Acqua

acqua di fiume, tenace

acqua di mare, vorace

scavo

           la roccia

bagno la faccia di schizzi

           per scherzo

Lascio la testa

           prendo il largo

                               Ti penso

Torno

                                Presto.

 *********

Fare d’amore

 

Quando te ne sei andata

ho buttato via le chiavi

e le carezze in fondo

al silenzio,

ai miei “io penso”.

Poi sono andata in strada

in cerca di te

ho esplorato come specchio

ogni finestra: gli occhi?

I miei no, non sono i tuoi occhi:

quelli miei vibrano

dentro il buio

e vanno, schegge dall’anima

all’anima. I tuoi,

me li ricordo i tuoi: se ne stavano

perfetti e fermi a fare

quel che c’era da fare.

E poi il naso. Le labbra.

Me lo dicevi tu che c’era

la firma del babbo.

 E ridevamo.

Ti ho amata forte

ti ho fatto la corte

con il mondo in tasca,

mentre lasciavi andare

la vita

e coi denti stretti

dicevi i tuoi “no”

pure al sapore del sole.

Ti ho amata coi miei passi

e con le mani; e questo

mi resta: l’amare tenace,

l’amore del fare.

E fare d’amore è lasciare

andare, lo sento ora.

E oggi, mentre vado, dentro

Roma che nevica,

oggi

ti incontro dovunque

e sfilo dai guanti

le carezze.

E ti ascolto da qualche parte.

Cantare.

*********

E io

 

La carta

la penna

appena disfatta

cancello

la porta

d’accesso e

la matta ritorna

nel mazzo di carte

partita!

un’altra partita!

lascia che giochi

che perda

la sfida

lascia che senta

con la lingua

e le dita

amaro sfuocato

il ricordo

e gustosa la vita.

*********

Fondale, inferno notte

Ne ho abbastanza

di parole, gonfie, strappate, muffa

di quel legno salato. Affoga

nell’acqua che mi porta

la voglia di farmi una vita

come mi pare, un’esistenza

là dove non si muore. Brucia

dentro la pelle incisa, come cuoio

di cinghiate, la banalità di questo male

che mi resta addosso.
Di parole ne ho abbastanza.

*********

 

Mi faccio il mio coraggio

con le mani

intreccio pazienza e risate

per le notti di vento e impasto

 

la farina col tempo,

marmellata

di pesche e rabarbaro

Mi lecco

le dita.

 

 

*********

 

Mi muovo,

questa è la mia vita.

Mi muovo e soltanto il mare

sa trovarmi

Mi muovo

e indosso pelle

di delfino

e l’anima si bagna.

 

 

 

*********

 

Frantumate
le lenzuola, umide
                                 le mani
ingoia ogni traccia
di quei baci, stracci
                                 di passione
sospira
e vattene:
di ogni assenza almeno
val la pena di fabbricar
                                  follia.

 

 

 

Un’ora, una sera, una vita – Distanza ed intimità nella coppia

DeChirico

 

Il Workshop esperienziale si terrà a Bari, il 1 MARZO 2014

presso CREATTIVA C.so BENEDETTO CROCE, 29

Il costo dell’incontro è di € 15.

L’incontro sarà condotto da Angela Angelastro, Psicologa Psicoterapeuta

 

Per informazioni ed iscrizioni:

info@creattiva.org – tel.0805423528

oppure info@angelaangelastro.it –  cell.3204883132

Nelle relazioni, per come solitamente siamo abituati ad immaginarle e a viverle, accade di aspettarsi (se non addirittura di pretendere) che esista intimità, che l’intimità si crei spontaneamente o che venga dall’altro. Eppure l’intimità è roba che scotta: attrae e spaventa, ferisce e intriga. Ciascuno nella vita ha inventato e messo a punto i propri modi per tenerla a bada e per tenersi a distanza. E poi succede che, senza preavviso, incontriamo qualcuno che ci fa venir voglia di stare intimi, magari per un’ora, per una sera, per qualche mese o per una vita. Come ce la giochiamo questa storia dell’intimità e della distanza, a questo punto?

Propongo un breve viaggio per giocare a fare esperienza di distanze e di intimità, approfittando delle suggestioni che verranno dalla musica e dalla meditazione, dai fumetti e dalla poesia.

Il laboratorio è aperto a tutti coloro  che, almeno una volta nella vita, davanti all’amore si son sentiti disarmati; e anche a tutti coloro che si son sentiti incaxxati.
E’ aperto a chi conserva la curiosità e la voglia di fare qualche scoperta e di godersi il proprio stare al mondo.