Il perineo femminile, questo sconosciuto

red.purple.mandala.wc1_1Il perineo è un luogo misterioso e pressocchè sconosciuto, nelle sue caratteristiche e nelle sue potenzialità. E’ un luogo che ha profondamente a che fare con l’universo sensoriale ed emotivo di ciascuna donna in ogni momento della sua vita.
Il perineo, per la sua stessa collocazione anatomica, è legato alla sessualità di ogni donna e spesso, proprio per questa ragione, nel tempo è divenuto bersaglio di condizionamenti culturali che finiscono per interrompere il contatto di una donna con la propria energia vitale.
Condivido con Angela Nitti e Dalila Bucci l’idea che “(…) Ignorare il perineo, non curarlo, significa indebolire il nostro corpo e la nostra identità (…)”.
Ed è per questa ragione che sostengo la necessità promuovere e sostenere il dialogo che ciascuna donna può intraprendere con il proprio corpo. Si dice che quel che non siamo disponibili a dire, il nostro corpo finisce per urlarlo. Dunque, fare l’esperienza del dialogo col proprio corpo – e con il perineo, in particolare – può rappresentare un’occasione per sperimentare e dare spazio e sonorità a quella voce che ogni donna, per convenzione o per abitudine, per educazione o per pudore, finisce per tenere chiusa dentro di sè.

Per avviare questo dialogo intimo è necessario, innanzitutto, visualizzare dove si trova il perineo e come è fatto.

Il perineo è quella regione del  corpo che si trova tra la sinfisi pubica (in alto), il coccige (in basso) e le tuberosità ischiatiche (lateralmente). Nel perineo terminano tre canali: uretra, vagina e retto. Il perineo è formato da un piano cutaneo e un piano muscolare (pavimento pelvico), che insieme  chiudono la pelvi.

Il pavimento pelvico è formato da strati muscolari e legamentosi che, dall’interno verso l’esterno, sono: diaframma pelvico, diaframma uro-genitale, strato dei muscoli sfinterici superficiale, strutture fasciali e legamentose di rinforzo. Il pavimento pelvico è collegato alle principali funzioni neurovegetative, quali la sessualità, la riproduzione, l’evacuazione e la respirazione.

Nel pavimento pelvico, inoltre, si colloca la sede metaforica dell’inconscio e dell’istinto.

Come accade per ogni muscolo del nostro corpo, anche la muscolatura perineale si può allenare. Questo particolare allenamento, caratterizzato dalla percezione e dalla conoscenza tattile di questa muscolatura, promuove la consapevolezza dell’identità femminile; inoltre, concorre alla tonificazione della muscolatura con la conseguente possibilità di ampliare il piacere sessuale. Vi sono poi alcuni ulteriori buoni motivi per allenare e tonificare la muscolatura perineale*:

“- Sia che tu abbia avuto una gravidanza o no, può succederti di soffrire di incontinenza urinaria. Gli esercizi perineali prevengono l’insorgere di questo disturbo e/o migliorano le condizioni delle donne che ne soffrono.

– un perineo tonico e allenato previene l’insorgere di prolassi, migliorando la capacità di sostegno dei visceri.

– migliorare la circolazione pelvica prevenendo o dando un valido sostegno terapeutico a problematiche emorroidali o di stipsi.

– l’allenamento del pavimento pelvico aiuta a prevenire le cistiti ricorrenti.”.

Questo allenamento si può fare in molti modi, facendo ricorso ai cosiddetti  “esercizi di kegel”. Un esempio è quello del pipì stop, che permette di trovare consapevolezza di quali siano i muscoli da esercitare: a vescica vuota,  puoi provare  a contrarre la muscolatura come per trattenere la pipì. Un altro modo di allenare la muscolatura perineale è quello di usare le palline di keghel.

A valle di queste riflessioni, nasce l’esigenza di creare uno spazio intimo nel quale, con delicatezza ed allegria e con l’aiuto dell’ostetrica Ivana Arena, fare esperienza di questo prezioso dialogo con il perineo.

Se sei interessata e curiosa puoi scrivermi all’indirizzo info@angelaangelastro.it oppure contattarmi telefonicamente al numero 3204883132.

 

 

 

* http://www.angelanitti.it/blog/il-perineo-femminile-una-porta-nel-corpo-di-ogni-donna/

Scoprendo cose semplici

(ri)ciclaminoQualche volta maneggiare le cose semplici non è affatto semplice. Messa a tappeto da un semplice colpo della strega, mi ritrovo distesa pancia all’aria vicino ad una pianta di ciclamino che sembra essersi smarcato meglio di me dalle fatiche degli ultimi mesi e che, a dispetto delle previsioni, si sta risvegliando. E cresce.                                  Ebbene, crescere è semplicemente questo stare nel tempo, morbidi come una foglia che nasce quando non te lo aspetti. E per accorgersene qualche volta basta cambiare semplicemente punto di vista. 

“Le ultime settimane mi hanno messo a tappeto” è una affermazione che capita di pronunciare e di ascoltare spesso. Si tratta di un modo analogico di raccontare come ci sentiamo, fiaccati dalle fatiche quotidiane e dalle difficoltà relazionali, da certi conflitti. Si tratta di una frase che attiva un fotogramma preciso: in primo piano c’è un ring o qualcosa di simile e sopra il ring ci sono personaggi alle prese con qualcosa di conflittuale, sovente irrigiditi dal bisogno di difendere una posizione e di averla vinta. E c’è qualcuno che finisce inevitabilmente a tappeto.

Se usciamo dalla metafora, scopriamo che quel “mi sento a tappeto” qualche volta è letterale. Contratture muscolari, schiena rigida, gambe doloranti e l’unica posizione tollerabile è quella che ci vede supini sul tappeto. Il punto di vista cambia e quel tappeto diventa lo spazio in cui sia possibile cercare una posizione ragionevolmente comoda per se stessi. E se ci guardiamo da fuori, mentre stiamo così distesi, mentre stiriamo goffamente e lentamente i muscoli e frughiamo questo nuovo orizzonte rasoterra, quello che vediamo non è chissà quale rivoluzione. Vediamo e sperimentiamo un semplice cambiamento della posizione e della postura abituali, in cerca di qualcosa che sia più in sintonia con come ci sentiamo in quel momento. E nel bel mezzo di questa esperienza “a tappeto” può capitare di fare scoperte curiose, come quella di un ciclamino che racconta la sua naturale voglia di crescere.

A fior di pelle. Il massaggio infantile nella relazione tra genitori e bambini

massaggio_infantile 

A questo serve il corpo: mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani, il resto è per i pazzi.”
(Patrizia Cavalli)

 

Il massaggio infantile non è una tecnica, è un modo di stare con il proprio bambino. Si apre così l’introduzione alle attività dell’associazione italiana di massaggio infantile.

Il massaggio infantile si ispira ad un’antica pratica tradizionale indiana ed è stata diffusa in Occidente da Vimala  McClure, che, a partire dalla sua personale esperienza negli anni settanta,  ha perfezionato una sequenza di massaggi e ne ha verificato i benefici sia per i bambini che per i genitori. In seguito, Vimala ha cominciato a comunicare ad altri genitori la propria esperienza, avviando percorsi di insegnamento del massaggio infantile.

La pratica del massaggio offre ai bambini, ai genitori ed alla loro relazione molti benefici; e questo è confermato anche da recenti studi scientifici sullo sviluppo dei neonati nati pretermine.

In generale, la pratica del massaggio infantile sembra essere una privilegiata occasione per comunicare ed essere in contatto con il proprio bambino; per favorire il legame di attaccamento e rafforzare la relazione genitore-bambino; per stimolare, fortificare e regolarizzare il sistema circolatorio, respiratorio, muscolare, immunitario e gastro-intestinale; per aiutare il bambino a dare sollievo a tensioni provocate da situazioni nuove, stressanti ed a piccoli malesseri.

Se si guarda alla relazione tra genitori e bambini, poi, il momento del massaggio rappresenta un’esperienza di contatto intimo e profondo che sembra sostenere e nutrire la percezione di autoefficacia da parte dei genitori, in particolare nel caso in cui esista qualche problematica nello sviluppo dei bambini.

Per approfondimenti:

L’articolo è stato pubblicato su www.in-psicoterapia.com

La poesia in psicoterapia

fabbraNella relazione tra terapeuta e cliente, tra me e la persona che mi chiede aiuto, la poesia rappresenta per me un modo buono e comodo per costruire alleanza e intimità.
Vale per la poesia, per l’atteggiamento poetico nei confronti dell’altro e della vita, quel che vale a mio avviso anche per l’umorismo: più che di uno strumento, si tratta di un’esperienza che permette alla persona di allargare i propri confini nel mondo. Si respira meglio, come quando alzi la testa e lo sguardo e allarghi le spalle; e mentre lo fai ti accorgi della differenza.
Ciascuno cerca il proprio modo di incontrare l’altro, un modo che gli permetta di sentire e di condividere intimità: si sa, senza intimità, una seduta di terapia (così come qualunque altro incontro) non sarebbe altro che “due in una stanza”.
D’altra parte, per qualcuno più che per qualcun altro, l’intimità è roba che scotta e che qualche volta spaventa. E, allo stesso tempo, è qualcosa che attrae e che fa venir voglia di viaggiare anche un po’ fuori dai propri confini, sperimentando il contatto con l’altro. Il trucco è, come sempre, quello di trovare il proprio modo di farlo.
Un’occasione per fare esperienza di un atteggiamento poetico verso di sè e verso la propria vita

Come faccio io ad avventurarmi fuori dai miei confini – coraggiosamente e paurosamente? In quale modo mi permetto di lasciarmi vedere dall’altro e di toccare la realtà? Io lo faccio attraverso la scrittura e, in particolare, attraverso la poesia.
La poesia è quel posto in cui ho imparato a rifugiarmi quando mi pareva che la vita si facesse  spaventevole, come dicono i bambini. La poesia è quel posto in cui mi fermo  quando voglio andare da qualche parte, come i fiumi carsici che mentre non li vedi vanno lontanissimo. Nella poesia mi riposo, usando parole per togliere parole. E mi fa senso, come con la pietra quando la scolpisci: quanto più togli, tanto più prende forma e senso.
La poesia si può fare con tantissime parole e, allo stesso tempo, ne bastano pochissime per disegnare un’immagine e trasportare un senso.

La psicoterapia si fa per lo più con le parole. Ed è così che, in terapia, può accadere quel che accade anche nella vita quotidiana: ci si barcamena tra l’uso di tantissime parole e l’abuso di ingombranti silenzi.
Nel mio lavoro, dunque, propongo ai clienti di prendersi del tempo per stare con se stessi, nello spazio dell’incontro con me, e scrivere a proprio modo la propria poesia. E poi guardare che cosa si scopre di nuovo, di sè e dell’altro e del mondo. Propongo di giocare ad inventare la propria poesia a partire dalle parole di ogni giorno, magari proprio da quelle parole che ad un certo punto
della vita si son fatte pesanti o hanno perso sapore…
Con la poesia giocare a diventare grandi e fare l’esperienza di essere sconfinati.