“Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh. Qualche riflessione

Ho sempre amato il blu.
Da bambina era il mio colore preferito quando mi prendeva la voglia di disegnare; e ancora oggi, mentre sono al telefono o lavoro, scarabocchio in blu.
Mi son sempre detta che, essendo cresciuta in una città affacciata su un porto, col mare che ti bussa alla finestra quando cambia il vento, avere un debole per il blu sia la cosa più naturale del mondo.
Il blu ha a che fare con me.
E dev’essere anche per questo che mi son lasciata incuriosire da “Il blu è un colore caldo”, la graphic novel di Julie Maroh uscita con Editions Glènat nel 2010 e pubblicata da Rizzoli-Lizard nell’ottobre 2013.
È la storia di un colpo di fulmine: riflessi blu che scalfiscono le consuetudini dell’adolescenza; è la storia di una passione, imprevista e tenace, che mette addosso il coraggio per stare in equilibrio tra distanza e intimità. È la storia di un amore adulto, al quale tocca fare i conti con la quotidianità e le incomprensioni, con le aspettative e le delusioni, con le illusioni e le scoperte. Un amore che, anche di fronte alla dolorosa impotenza di una malattia e della morte, svela un prezioso segreto: “L’amore dipende da noi, siamo noi a percepirlo e viverlo. Se non esistessimo, non esisterebbe (…) Forse l’amore non è eterno, ma ci rende eterni”, dice la protagonista.
Insomma, è la storia più naturale del mondo, quella di un amore e di molti amori.
Eppure è una storia puntellata qua e là di dubbi e vergogna – “hai mai avuto vergogna di essere così?” – e di rivelazioni – “Solo l’amore può salvare questo mondo. Perché dovrei vergognarmi di amare?”. Questo è un frammento di uno dei dialoghi che costellano la storia, che è la storia, più naturale del mondo, di un amore tra due donne.
È il racconto – immagini e parole – di un incontro, con se stessi prima ancora che con l’altro.
Nel testo, nutrite dalla delicatezza delle immagini, le parole raccontano il percorso attraverso il quale una giovane donna incontra se stessa e la propria omosessualità.
Il blu è un colore caldo è, tra le altre cose, la storia del viaggio durante il quale Clémentine, adolescente, pian piano e con fatica, integra l’attrazione erotica con le fantasie e con i sentimenti che prova e con le altre parti di sè, affronta i rifiuti, vive le separazioni e si avventura nella costruzione di una espressione di sè un po’ più libera.
Ancora una volta, sembra la graphic novel possa rappresentare l’occasione per esplorare e raccontare i vissuti legati alla scoperta di sè e all’incontro con bisogni, desideri e scelte, che qualche volta si fa fatica a contemplare nel panorama della propria esistenza. Sovente l’esperienza di integrare la propria omosessualità, riconoscerla quale parte del nostro stare al mondo, provoca un conflitto che si fa fatica anche solo a raccontare. La graphic novel della Maroh è una bella occasione per scoprire in quanti modi ci si può raccontare quando le parole hanno a che fare con l’amare, che è l’esperienza più naturale del mondo.

Il blu è un colore caldo
di Julie Maroh
Rizzoli-Lizard, 2013
(158 pp)

*L’articlo è stato proposto per pubblicazione alla Rivista INPsicoterapia

Meditazione sul babbà al rhum. Costruire storie in psicoterapia

racconto

Con il tempo sto imparando che spesso il cuore del mio lavoro sta nel duettare con l’altro mentre racconta la propria storia, trova parole impreviste e con le proprie mani intreccia consuetudini e curiosità e si muove, consapevole di rischiare anche una certa dose di frustrazione, tra sapori e desideri.
La costruzione delle storie ha a che fare con quell’orizzonte di possibilità che la persona che viene in psicoterapia in quel preciso momento non vede e che soffoca con una ripetitiva danza di “non so” e “ma io”.
La persona che comincia una psicoterapia sovente parla di sè usando sempre le medesime parole e si aspetta che, nonostante questo, l’esito della narrazione possa essere nuovo e soddisfacente. Naturalmente, finisce per andare incontro a quella fastidiosa dose di frustrazione che immobilizza la vita.
Il fatto è che, se ogni vita merita un romanzo, come affermavano i coniugi Polster, è indiscutibilmente evidente che la costruzione della storia dentro il romanzo necessita che usiamo un po’ di coraggio, il coraggio di usare parole nuove e di mescolare in modo nuovo anche le parole più consuete.
In certi momenti, d’altra parte, il coraggio pare proprio l’ultima delle risorse a disposizione. E, dunque, la psicoterapia ha tra i suoi obiettivi e sensi anche quello di permettere alla persona di accorgersi pienamente delle proprie risorse, scoprendo anche come il coraggio inaspettatamente gli appartenga già.La costruzione di storie è uno dei modi per metter mano concretamente a questa esperienza; e diventa ancora più divertente quando la storia è scritta a quattro mani.
Ed è così che nascono racconti semplici, come questo.

“Meditazione sul babbà al rhum”
Quel tipo solitario con il cappello giallo della stagione bella ogni domenica mattina se ne stava seduto sulla solita panchina a est: faceva finta di leggere il giornale e fissava il solito nasone, quello che pisciava acqua gelata ogni volta che qualcuno gli faceva girare la rotella.
E ogni domenica alla stessa ora il tipo solitario con il cappello giallo decideva che era tempo di lasciar perdere quella posa così nevroticamente introspettiva e di passare all’azione.
Così chiudeva il giornale, lo piegava, salutava il nasone e andava a comprarsi il babbà al rhum.

La perdita prenatale

girasoleIl 15 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata internazionale sulla consapevolezza della morte in gravidanza e dopo il parto.

L’ho scoperto per caso, proprio mentre facevo alcune ricerche per un lavoro in supporto alle coppie che si trovano nel mezzo del percorso di procreazione medicalmente assistita.

L’ho scoperto ed immediatamente il pensiero è andato ai momenti della mia vita in cui è stato importante fermarmi e fare spazio nel mio cuore a quel bambino che non era venuto al mondo. Fare spazio all’immaginazione, ai racconti, ai giochi, alle scoperte e a tutto quello che mi sarebbe piaciuto condividere con lui e insegnargli ed imparare da lui.

Ho ripensato al senso di sollievo che ho provato quando, per la prima volta, ho scelto di lasciare spazio a quella presenza sottile che, taciuta, mi aveva accompagnato per molti anni. Ho toccato quel doloroso senso di colpa che mi si era appiccicato addosso per il fatto di essere la sorella sopravvissuta. Ed ho trovato lentamente energia e ispirazione per trasformarlo in gratitudine per la possibilità che la Vita mi aveva dato e rispetto per il destino che la Vita aveva dato al mio fratellino.

Sino ad ora nella mia vita non ho fatto l’esperienza della gravidanza; d’altra parte ho avuto più di una occasione per sperimentare il bisogno di rallentare e dare dignità alla perdita ed espressione al dolore, alla solitudine, al senso di vuoto.

La giornata della consapevolezza della perdita prenatale è un’occasione per fare un respiro profondo e raccontare e, pensando a lui, dedicargli il posto che gli ho lasciato nel mio cuore.

 

Incontro, al confine con la poesia

@Foto di Gloria Maccari
@Foto di Gloria Maccari

Scegliendo una direzione

 

È nel buio che devi guardare,/con disobbedienza ottimismo

e avventatezza. (M.Yourcenar)

 

Un po’ di tempo fa mi è successo di attraversare professionalmente uno di quei momenti in cui ti ritrovi alle prese con una relazione terapeutica un po’ difficile e a tratti insoddisfacente: stai lì a chiederti se i semi che hai messo sono proprio quelli dell’intimità e se l’alleanza terapeutica l’hai annaffiata troppo o troppo poco. Per intenderci, mi trovavo in uno di quei momenti, in cui sembra  che l’intimità e l’alleanza e la relazione siano poco più che concetti, che poco informano il fare terapia e ancora meno hanno a che fare con l’incontro. Insomma, me ne andavo in giro in cerca di ispirazione nel lavoro con un cliente, quando ho sentito Paolo Quattrini dire una frase che io ricordo suonasse all’incirca così: “non mi importa dell’effetto che faccio, mi importa di fare un effetto”.

Il Tao Te Ching dice: “Quando lascio andare quello che sono, divento quello che potrei essere. Quando lascio andare quello che ho, ricevo quello che mi serve”.

In qualche modo, quelle parole sono arrivate quando mi servivano: quel “fare un effetto” mi è rimasto addosso ed ha preso la forma – il senso – del rintracciare e coltivare un terreno nel quale mi sentissi a mio agio, abbastanza a mio agio da permettermi l’esperienza di incontrare intimamente l’altro.

Fare effetto,

lasciare traccia.

Trovare traccia.

Costruire e generare.

Evocare.

Cercare poesia

Inventare

poesia. Contemplare.

                                  Spostare il punto di unione.

Riconfigurare.

Cercare Trovare Inventare

Ispirazione

Inspirazione: fare spazio

E respirare. Camminare. Come intrufolarsi in un antico palazzo

e dare una mano ad aprire finestra dopo finestra.

Camminare e allargare l’orizzonte delle possibilità.

Dunque, che se ne vada il terapeuta, in cerca di poesia. Dalla poesia il terapeuta prende le parole: le parole quando disegnano immagini, le parole che trasformano. Con la poesia il terapeuta cerca senso; va in giro con il cliente a costruire senso, attraverso immagini che lascino traccia nei sensi. E qualcosa accade.

Un buon contatto passa per l’atteggiamento empatico del terapeuta. L’empatia non si può spiegare: piuttosto, il terapeuta può creare situazioni nelle quali il cliente fa esperienza di un atteggiamento empatico. Allo stesso modo, il terapeuta propone al cliente di sperimentare possibilità per reinventare il senso della propria esistenza, in una direzione che il cliente senta di volta in volta buona per sé.

Porsi con atteggiamento poetico è di grande aiuto, in quanto in genere i clienti con i terapeuti fanno un po’ come i bambini, ossia copiano. Così il cliente può copiare, trovare ispirazione, in quell’atteggiamento poetico nei confronti dell’esistenza.

In genere, l’atteggiamento è leggibile nei comportamenti che una persona mette in atto: il corpo mette in scena, metaforicamente e non, quel che ci succede dentro. In questo modo, se a proposito dell’empatia si è soliti parlare di “orecchio empatico”, quando penso all’atteggiamento poetico, facilmente me lo rappresento nelle mani. Mani poetiche, mani che prendono parole, frasi e storie, mescolano la punteggiatura, smontano la grammatica quotidiana e compongono senso. Un senso buono, da assaggiare con il corpo, per stare sul confine e stare nel contatto.

Se tutto questo è vero per me, allora come faccio io di solito per avventurarmi –paurosamente e coraggiosamente – fuori dai miei confini? In quale modo mi permetto di lasciarmi vedere e di toccare la realtà? Io lo faccio attraverso la scrittura. E la poesia, in particolare.

La poesia è quel posto in cui ho imparato a rifugiarmi quando la vita si faceva spaventevole. Quel posto in cui mi fermo quando voglio andare da qualche parte, come i fiumi carsici che mentre non li vedi vanno lontanissimo.  Nella poesia mi riposo, usando le parole per togliere parole. E mi fa senso, come con la pietra quando la scolpisci, che c’ha senso quando togli.

Ecco un segreto, mio: quando uso tante parole, per dire qualcosa, in qualche modo ho già bello che costruito il mio muro, l’ho scavalcato oppure ho trovato la breccia o ci ho scavato sotto un bel tunnel o tutte e tre le cose assieme; e sono già dall’altra parte, da un’altra parte, da qualunque parte. E non mi trovi più.

La poesia si può fare con tantissime parole e, allo stesso tempo, ne bastano pochissime per disegnare un’immagine e trasportare un senso. In terapia può accadere quel che accade un po’ nella vita quotidiana, ci si barcamena tra l’uso di tantissime parole e l’abuso di ingombranti silenzi.

Nel tempo ho sperimentato come la poesia rappresenti il mio modo rassicurante di stare nell’esistenza: giocare a scrivere poesia mi permette di conoscermi e di lasciarmi conoscere,  modulando il timore generato da un incontro troppo intimo per me, sul confine del contatto. La poesia, col tempo, è diventata il mio modo per fare l’esperienza d’esser sconfinata. La poesia è un buon modo per me per allenare l’anima ad inventare alternative. Con la poesia rispondo al mio bisogno di stare intima con me stessa per trovare il mio modo di incontrare l’altro, il cliente, intimamente.

Ho visto colleghi fabbricare esperienze di scrittura trasformativa ed espressione poetica nello spazio terapeutico e non solo (penso al lavoro che Giovanni Porta fa da tempo e che spesso mi ispira). In molte occasioni ho proposto ai clienti quello che funziona con me stessa: prendersi del tempo per stare con se stessi, in un incontro, e scrivere la propria poesia. E poi guardare che cosa si scopre di nuovo di sé e dell’altro e del mondo. Giocando con la poesia capita di fare scoperte senza sentirsi troppo scoperti, del resto è un gioco.

Ecco, io quando gioco con la poesia respiro meglio, come quando alzi la testa e  lo sguardo e allarghi le spalle e, mentre lo fai, ti accorgi della differenza.

 

Fabbricando senso, un senso di me

C’è chi fabbrica poesia

ride sul serio
                  inventa
giochi da grande
per giorni interi
                       rompe
il gioco del silenzio
e canta forte

disobbedisce
                  e cresce.

C’è chi si mette nelle scarpe
di un altro
                 e parte
cerca il suo nascondino,

l’isola che non c’è
sta ovunque.

Gioca a palla
-prigioniera?- rotola

poi si alza
                  e sogna.

C’è chi ruba la bandiera
e corre

poi dimentica
le regole e inventa
un altro gioco.

C’è chi fabbrica

                arte, da pazzo.

 *********

 Ovunque

Respiro. E corro, corro forte

corro e rincorro il fiato,

corro e perdo il fiato

faccio rumore

sull’asfalto con i piedi, sui pensieri

coi singhiozzi

per caso

inattesi

insperati. Piove quasi.

Così è. Così lascio

andare. Corro,

ed è come salutare.

Corro

e guardo negli occhi

quegli occhi mille volte

passare per il cuore

ri_cordare.

Corro

e l’alba l’ho consumata col sudore:

adesso

è giorno

e voglio andare.

Buongiorno!

ovunque tu sia andato a camminare.

*********

 Allora muoviti!

 

Fuori da qui

                   fuori

di me

sassi

 

a caso passi

 

per casa

 

Passi pure la pioggia

ma la noia, no! ché la notte

                                            fa presto

a imbrogliarmi: farfuglia

 

cose di buio

code di freddo

strizza

                             l’occhio ruba

il passo

ferma

                           un turno giro

intorno

poi mi sposto

 

scarto. E sorpasso.

 *********

Monologo al mare

Ricordi dove eravamo

quando eravamo felici?

Sospese, tra un amore grande

e qualche sbaglio.

Indifese.

E il mare

           a brontolare

ore ed ore a dare ascolto

a quel che penso

           ripenso.

In_difesa

           rifletto

riflesso

           modo passato

tempo trascorso

           Scorro

           Acqua

acqua di fiume, tenace

acqua di mare, vorace

scavo

           la roccia

bagno la faccia di schizzi

           per scherzo

Lascio la testa

           prendo il largo

                               Ti penso

Torno

                                Presto.

 *********

Fare d’amore

 

Quando te ne sei andata

ho buttato via le chiavi

e le carezze in fondo

al silenzio,

ai miei “io penso”.

Poi sono andata in strada

in cerca di te

ho esplorato come specchio

ogni finestra: gli occhi?

I miei no, non sono i tuoi occhi:

quelli miei vibrano

dentro il buio

e vanno, schegge dall’anima

all’anima. I tuoi,

me li ricordo i tuoi: se ne stavano

perfetti e fermi a fare

quel che c’era da fare.

E poi il naso. Le labbra.

Me lo dicevi tu che c’era

la firma del babbo.

 E ridevamo.

Ti ho amata forte

ti ho fatto la corte

con il mondo in tasca,

mentre lasciavi andare

la vita

e coi denti stretti

dicevi i tuoi “no”

pure al sapore del sole.

Ti ho amata coi miei passi

e con le mani; e questo

mi resta: l’amare tenace,

l’amore del fare.

E fare d’amore è lasciare

andare, lo sento ora.

E oggi, mentre vado, dentro

Roma che nevica,

oggi

ti incontro dovunque

e sfilo dai guanti

le carezze.

E ti ascolto da qualche parte.

Cantare.

*********

E io

 

La carta

la penna

appena disfatta

cancello

la porta

d’accesso e

la matta ritorna

nel mazzo di carte

partita!

un’altra partita!

lascia che giochi

che perda

la sfida

lascia che senta

con la lingua

e le dita

amaro sfuocato

il ricordo

e gustosa la vita.

*********

Fondale, inferno notte

Ne ho abbastanza

di parole, gonfie, strappate, muffa

di quel legno salato. Affoga

nell’acqua che mi porta

la voglia di farmi una vita

come mi pare, un’esistenza

là dove non si muore. Brucia

dentro la pelle incisa, come cuoio

di cinghiate, la banalità di questo male

che mi resta addosso.
Di parole ne ho abbastanza.

*********

 

Mi faccio il mio coraggio

con le mani

intreccio pazienza e risate

per le notti di vento e impasto

 

la farina col tempo,

marmellata

di pesche e rabarbaro

Mi lecco

le dita.

 

 

*********

 

Mi muovo,

questa è la mia vita.

Mi muovo e soltanto il mare

sa trovarmi

Mi muovo

e indosso pelle

di delfino

e l’anima si bagna.

 

 

 

*********

 

Frantumate
le lenzuola, umide
                                 le mani
ingoia ogni traccia
di quei baci, stracci
                                 di passione
sospira
e vattene:
di ogni assenza almeno
val la pena di fabbricar
                                  follia.