Diventare genitore: da dove comincio?

2013-09-02 11.06.26-3

Frugando tra i miti e le storie che accompagnano l’esperienza del diventare genitore ho scoperto la tradizione di una tribù africana che mi ha molto incuriosito. In questa tribù la data di nascita di un bambino coincide con il giorno in cui questo arriva come pensiero nella mente della madre. Quello è l’istante in cui tutto comincia ed è quello il momento in cui il figlio viene concepito.

Giocare con l’etimologia delle parole ci fa osservare come il verbo concepire abbia a che fare con l’accogliere in sé: da una parte, l’essere fecondati e, dall’altra, l’ideare, immaginare, ricevere nell’animo.

La storia africana racconta che quando una donna decide di avere un bambino, si siede sotto un albero e ascolta finché sente il canto del suo bambino. Dopo averlo sentito raggiunge colui che sarà il padre del bambino e gli insegna il canto; mentre fanno l’amore, i due cantano la canzone del bambino, per invitarlo a raggiungerli.

Il desiderio di diventare genitore, madre o padre, è accompagnato da mille piccoli ed intimi rituali, che risultano indispensabili ad intessere i legami e le relazioni che caratterizzeranno il nido ed il fare famiglia. Le famiglie non sono che genitorialità incarnate. Anne Cadornet sottolinea come la genitorialità sia quel sistema che attribuisce dei figli a dei genitori e dei genitori a dei figli, combinando in modi diversi e nelle diverse epoche e culture tra loro le dimensioni di alleanza e filiazione e residenza.

Così prende forma una visione della genitorialità che ne valorizza l’energia creativa contenuta nel desiderio di dare alla luce un figlio. Il desiderio, l’atto di desiderare, significa letteralmente cessare di contemplare le stelle a scopo augurale; allude alla distanza tra il soggetto e l’oggetto di desiderio e al moto dell’animo che li lega. Desiderare è guardare con l’affetto a qualcosa che non si ha e che piace. Il desiderio ha a che fare con il legame tra colui che desidera e l’oggetto del desiderio; ha a che fare con la progettualità che conduce la persona e, laddove esiste, la coppia a costruire la propria genitorialità, muovendosi tra idee e immagini, aspettative ed esperienze.

Questa progettualità ha bisogno di spazio per essere raccontata e di tempo per essere esplorata e di intimità per essere condivisa. Le persone che intraprendono il viaggio verso la propria genitorialità spesso si sentono disorientate rispetto ai modi per fare spazio a questa esperienza e coltivare quel legame, che già esiste nel momento stesso in cui il desiderio di paternità e di maternità prende forma e dal quale nascerà l’incontro. Il concepimento è un incontro di progettualità, quella della persona, del genitore, dei genitori e quella della creatura che verrà al mondo. Verena Schmid nota che anche i bambini hanno un loro personale progetto di nascita e spesso questo progetto non coincide con quello dei genitori. Stare in ascolto del senso che il desiderio di diventare genitore, l’esperienza di genitorialità e l’incontro con l’unicità del proprio figlio permette alla persona ed alla coppia di realizzare la propria creatività lasciando andare rigidità, convenzioni e giudizi.

Mi piace concludere questa riflessione tornando un momento alla storia della tribù africana. Durante la gravidanza, la madre insegna il canto del bambino alla levatrice e alle anziane del villaggio, perché quando il piccolo verrà alla luce esse possano innalzare quel canto per dargli il benvenuto. Condividere con il proprio mondo affettivo l’energia che sta nel desiderio di diventare genitore e nel proprio progetto di vita rappresenta una possibilità preziosa di costruire creativamente una vita di buona qualità ed un nido accogliente.

 

 

Per approfondimenti:

– Cadoret A. (2008). “Genitori come gli altri. Omosessualità e genitorialità”. Milano, Universale Economica Feltrinelli

Schmid V. (2005). “Venire al mondo e dare alla luce. Percorsi di vita attraverso la nascita”. Milano, Universale Economica Feltrinelli

“Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh. Qualche riflessione

Ho sempre amato il blu.
Da bambina era il mio colore preferito quando mi prendeva la voglia di disegnare; e ancora oggi, mentre sono al telefono o lavoro, scarabocchio in blu.
Mi son sempre detta che, essendo cresciuta in una città affacciata su un porto, col mare che ti bussa alla finestra quando cambia il vento, avere un debole per il blu sia la cosa più naturale del mondo.
Il blu ha a che fare con me.
E dev’essere anche per questo che mi son lasciata incuriosire da “Il blu è un colore caldo”, la graphic novel di Julie Maroh uscita con Editions Glènat nel 2010 e pubblicata da Rizzoli-Lizard nell’ottobre 2013.
È la storia di un colpo di fulmine: riflessi blu che scalfiscono le consuetudini dell’adolescenza; è la storia di una passione, imprevista e tenace, che mette addosso il coraggio per stare in equilibrio tra distanza e intimità. È la storia di un amore adulto, al quale tocca fare i conti con la quotidianità e le incomprensioni, con le aspettative e le delusioni, con le illusioni e le scoperte. Un amore che, anche di fronte alla dolorosa impotenza di una malattia e della morte, svela un prezioso segreto: “L’amore dipende da noi, siamo noi a percepirlo e viverlo. Se non esistessimo, non esisterebbe (…) Forse l’amore non è eterno, ma ci rende eterni”, dice la protagonista.
Insomma, è la storia più naturale del mondo, quella di un amore e di molti amori.
Eppure è una storia puntellata qua e là di dubbi e vergogna – “hai mai avuto vergogna di essere così?” – e di rivelazioni – “Solo l’amore può salvare questo mondo. Perché dovrei vergognarmi di amare?”. Questo è un frammento di uno dei dialoghi che costellano la storia, che è la storia, più naturale del mondo, di un amore tra due donne.
È il racconto – immagini e parole – di un incontro, con se stessi prima ancora che con l’altro.
Nel testo, nutrite dalla delicatezza delle immagini, le parole raccontano il percorso attraverso il quale una giovane donna incontra se stessa e la propria omosessualità.
Il blu è un colore caldo è, tra le altre cose, la storia del viaggio durante il quale Clémentine, adolescente, pian piano e con fatica, integra l’attrazione erotica con le fantasie e con i sentimenti che prova e con le altre parti di sè, affronta i rifiuti, vive le separazioni e si avventura nella costruzione di una espressione di sè un po’ più libera.
Ancora una volta, sembra la graphic novel possa rappresentare l’occasione per esplorare e raccontare i vissuti legati alla scoperta di sè e all’incontro con bisogni, desideri e scelte, che qualche volta si fa fatica a contemplare nel panorama della propria esistenza. Sovente l’esperienza di integrare la propria omosessualità, riconoscerla quale parte del nostro stare al mondo, provoca un conflitto che si fa fatica anche solo a raccontare. La graphic novel della Maroh è una bella occasione per scoprire in quanti modi ci si può raccontare quando le parole hanno a che fare con l’amare, che è l’esperienza più naturale del mondo.

Il blu è un colore caldo
di Julie Maroh
Rizzoli-Lizard, 2013
(158 pp)

*L’articlo è stato proposto per pubblicazione alla Rivista INPsicoterapia

Meditazione sul babbà al rhum. Costruire storie in psicoterapia

racconto

Con il tempo sto imparando che spesso il cuore del mio lavoro sta nel duettare con l’altro mentre racconta la propria storia, trova parole impreviste e con le proprie mani intreccia consuetudini e curiosità e si muove, consapevole di rischiare anche una certa dose di frustrazione, tra sapori e desideri.
La costruzione delle storie ha a che fare con quell’orizzonte di possibilità che la persona che viene in psicoterapia in quel preciso momento non vede e che soffoca con una ripetitiva danza di “non so” e “ma io”.
La persona che comincia una psicoterapia sovente parla di sè usando sempre le medesime parole e si aspetta che, nonostante questo, l’esito della narrazione possa essere nuovo e soddisfacente. Naturalmente, finisce per andare incontro a quella fastidiosa dose di frustrazione che immobilizza la vita.
Il fatto è che, se ogni vita merita un romanzo, come affermavano i coniugi Polster, è indiscutibilmente evidente che la costruzione della storia dentro il romanzo necessita che usiamo un po’ di coraggio, il coraggio di usare parole nuove e di mescolare in modo nuovo anche le parole più consuete.
In certi momenti, d’altra parte, il coraggio pare proprio l’ultima delle risorse a disposizione. E, dunque, la psicoterapia ha tra i suoi obiettivi e sensi anche quello di permettere alla persona di accorgersi pienamente delle proprie risorse, scoprendo anche come il coraggio inaspettatamente gli appartenga già.La costruzione di storie è uno dei modi per metter mano concretamente a questa esperienza; e diventa ancora più divertente quando la storia è scritta a quattro mani.
Ed è così che nascono racconti semplici, come questo.

“Meditazione sul babbà al rhum”
Quel tipo solitario con il cappello giallo della stagione bella ogni domenica mattina se ne stava seduto sulla solita panchina a est: faceva finta di leggere il giornale e fissava il solito nasone, quello che pisciava acqua gelata ogni volta che qualcuno gli faceva girare la rotella.
E ogni domenica alla stessa ora il tipo solitario con il cappello giallo decideva che era tempo di lasciar perdere quella posa così nevroticamente introspettiva e di passare all’azione.
Così chiudeva il giornale, lo piegava, salutava il nasone e andava a comprarsi il babbà al rhum.

La bottega poetica

La poesia è roba difficile! e poi non se la compra nessuno! Insomma, la poesia non serve! Eppure, poesia è l’arte del fare, un fare fatto ad arte.

Poesia è scombinare i punti di vista, mescolarli ed inventarne di nuovi. Poesia è un fare di bottega, dove smonti e capovolgi, giri e rimonti, avviti e spolveri, incolli e accartocci. E poi ricominci, finchè non ti funziona e finchè ne hai voglia.

Per fare tutto questo c’è da togliersi le scarpe e camminare. Come zio Paperone nel Clondike, c’è da setacciare l’acqua fino a scovare le pepite d’oro: maneggiare con coraggio e con fiducia le parole per trovare quelle che hanno il sapore del raccontare, perchè se è vero che ogni vita merita un romanzo è anche vero che dentro la tua poesia ci sta tutto il tuo universo. Poesia è dare il proprio senso alla propria strada. E quando il senso non si trova, allora lo si può inventare. 

La Bottega poetica è questo, un luogo nel quale puoi toglierti le scarpe ed inventare le parole per trovarti e raccontarti. Si tratta di un’esperienza di gruppo che propongo saltuariamente, con l’obiettivo di inventare imprevisti spazi di gioco.

Se sei curioso e vuoi qualche informazione sugli incontri, scrivimi all’indirizzo email info@angelaangelastro.it.

Non lasciarti intimidire dalle parole: vieni e gioca!

La perdita prenatale

girasoleIl 15 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata internazionale sulla consapevolezza della morte in gravidanza e dopo il parto.

L’ho scoperto per caso, proprio mentre facevo alcune ricerche per un lavoro in supporto alle coppie che si trovano nel mezzo del percorso di procreazione medicalmente assistita.

L’ho scoperto ed immediatamente il pensiero è andato ai momenti della mia vita in cui è stato importante fermarmi e fare spazio nel mio cuore a quel bambino che non era venuto al mondo. Fare spazio all’immaginazione, ai racconti, ai giochi, alle scoperte e a tutto quello che mi sarebbe piaciuto condividere con lui e insegnargli ed imparare da lui.

Ho ripensato al senso di sollievo che ho provato quando, per la prima volta, ho scelto di lasciare spazio a quella presenza sottile che, taciuta, mi aveva accompagnato per molti anni. Ho toccato quel doloroso senso di colpa che mi si era appiccicato addosso per il fatto di essere la sorella sopravvissuta. Ed ho trovato lentamente energia e ispirazione per trasformarlo in gratitudine per la possibilità che la Vita mi aveva dato e rispetto per il destino che la Vita aveva dato al mio fratellino.

Sino ad ora nella mia vita non ho fatto l’esperienza della gravidanza; d’altra parte ho avuto più di una occasione per sperimentare il bisogno di rallentare e dare dignità alla perdita ed espressione al dolore, alla solitudine, al senso di vuoto.

La giornata della consapevolezza della perdita prenatale è un’occasione per fare un respiro profondo e raccontare e, pensando a lui, dedicargli il posto che gli ho lasciato nel mio cuore.

 

Scoprendo cose semplici

(ri)ciclaminoQualche volta maneggiare le cose semplici non è affatto semplice. Messa a tappeto da un semplice colpo della strega, mi ritrovo distesa pancia all’aria vicino ad una pianta di ciclamino che sembra essersi smarcato meglio di me dalle fatiche degli ultimi mesi e che, a dispetto delle previsioni, si sta risvegliando. E cresce.                                  Ebbene, crescere è semplicemente questo stare nel tempo, morbidi come una foglia che nasce quando non te lo aspetti. E per accorgersene qualche volta basta cambiare semplicemente punto di vista. 

“Le ultime settimane mi hanno messo a tappeto” è una affermazione che capita di pronunciare e di ascoltare spesso. Si tratta di un modo analogico di raccontare come ci sentiamo, fiaccati dalle fatiche quotidiane e dalle difficoltà relazionali, da certi conflitti. Si tratta di una frase che attiva un fotogramma preciso: in primo piano c’è un ring o qualcosa di simile e sopra il ring ci sono personaggi alle prese con qualcosa di conflittuale, sovente irrigiditi dal bisogno di difendere una posizione e di averla vinta. E c’è qualcuno che finisce inevitabilmente a tappeto.

Se usciamo dalla metafora, scopriamo che quel “mi sento a tappeto” qualche volta è letterale. Contratture muscolari, schiena rigida, gambe doloranti e l’unica posizione tollerabile è quella che ci vede supini sul tappeto. Il punto di vista cambia e quel tappeto diventa lo spazio in cui sia possibile cercare una posizione ragionevolmente comoda per se stessi. E se ci guardiamo da fuori, mentre stiamo così distesi, mentre stiriamo goffamente e lentamente i muscoli e frughiamo questo nuovo orizzonte rasoterra, quello che vediamo non è chissà quale rivoluzione. Vediamo e sperimentiamo un semplice cambiamento della posizione e della postura abituali, in cerca di qualcosa che sia più in sintonia con come ci sentiamo in quel momento. E nel bel mezzo di questa esperienza “a tappeto” può capitare di fare scoperte curiose, come quella di un ciclamino che racconta la sua naturale voglia di crescere.