Incontro, al confine con la poesia

@Foto di Gloria Maccari
@Foto di Gloria Maccari

Scegliendo una direzione

 

È nel buio che devi guardare,/con disobbedienza ottimismo

e avventatezza. (M.Yourcenar)

 

Un po’ di tempo fa mi è successo di attraversare professionalmente uno di quei momenti in cui ti ritrovi alle prese con una relazione terapeutica un po’ difficile e a tratti insoddisfacente: stai lì a chiederti se i semi che hai messo sono proprio quelli dell’intimità e se l’alleanza terapeutica l’hai annaffiata troppo o troppo poco. Per intenderci, mi trovavo in uno di quei momenti, in cui sembra  che l’intimità e l’alleanza e la relazione siano poco più che concetti, che poco informano il fare terapia e ancora meno hanno a che fare con l’incontro. Insomma, me ne andavo in giro in cerca di ispirazione nel lavoro con un cliente, quando ho sentito Paolo Quattrini dire una frase che io ricordo suonasse all’incirca così: “non mi importa dell’effetto che faccio, mi importa di fare un effetto”.

Il Tao Te Ching dice: “Quando lascio andare quello che sono, divento quello che potrei essere. Quando lascio andare quello che ho, ricevo quello che mi serve”.

In qualche modo, quelle parole sono arrivate quando mi servivano: quel “fare un effetto” mi è rimasto addosso ed ha preso la forma – il senso – del rintracciare e coltivare un terreno nel quale mi sentissi a mio agio, abbastanza a mio agio da permettermi l’esperienza di incontrare intimamente l’altro.

Fare effetto,

lasciare traccia.

Trovare traccia.

Costruire e generare.

Evocare.

Cercare poesia

Inventare

poesia. Contemplare.

                                  Spostare il punto di unione.

Riconfigurare.

Cercare Trovare Inventare

Ispirazione

Inspirazione: fare spazio

E respirare. Camminare. Come intrufolarsi in un antico palazzo

e dare una mano ad aprire finestra dopo finestra.

Camminare e allargare l’orizzonte delle possibilità.

Dunque, che se ne vada il terapeuta, in cerca di poesia. Dalla poesia il terapeuta prende le parole: le parole quando disegnano immagini, le parole che trasformano. Con la poesia il terapeuta cerca senso; va in giro con il cliente a costruire senso, attraverso immagini che lascino traccia nei sensi. E qualcosa accade.

Un buon contatto passa per l’atteggiamento empatico del terapeuta. L’empatia non si può spiegare: piuttosto, il terapeuta può creare situazioni nelle quali il cliente fa esperienza di un atteggiamento empatico. Allo stesso modo, il terapeuta propone al cliente di sperimentare possibilità per reinventare il senso della propria esistenza, in una direzione che il cliente senta di volta in volta buona per sé.

Porsi con atteggiamento poetico è di grande aiuto, in quanto in genere i clienti con i terapeuti fanno un po’ come i bambini, ossia copiano. Così il cliente può copiare, trovare ispirazione, in quell’atteggiamento poetico nei confronti dell’esistenza.

In genere, l’atteggiamento è leggibile nei comportamenti che una persona mette in atto: il corpo mette in scena, metaforicamente e non, quel che ci succede dentro. In questo modo, se a proposito dell’empatia si è soliti parlare di “orecchio empatico”, quando penso all’atteggiamento poetico, facilmente me lo rappresento nelle mani. Mani poetiche, mani che prendono parole, frasi e storie, mescolano la punteggiatura, smontano la grammatica quotidiana e compongono senso. Un senso buono, da assaggiare con il corpo, per stare sul confine e stare nel contatto.

Se tutto questo è vero per me, allora come faccio io di solito per avventurarmi –paurosamente e coraggiosamente – fuori dai miei confini? In quale modo mi permetto di lasciarmi vedere e di toccare la realtà? Io lo faccio attraverso la scrittura. E la poesia, in particolare.

La poesia è quel posto in cui ho imparato a rifugiarmi quando la vita si faceva spaventevole. Quel posto in cui mi fermo quando voglio andare da qualche parte, come i fiumi carsici che mentre non li vedi vanno lontanissimo.  Nella poesia mi riposo, usando le parole per togliere parole. E mi fa senso, come con la pietra quando la scolpisci, che c’ha senso quando togli.

Ecco un segreto, mio: quando uso tante parole, per dire qualcosa, in qualche modo ho già bello che costruito il mio muro, l’ho scavalcato oppure ho trovato la breccia o ci ho scavato sotto un bel tunnel o tutte e tre le cose assieme; e sono già dall’altra parte, da un’altra parte, da qualunque parte. E non mi trovi più.

La poesia si può fare con tantissime parole e, allo stesso tempo, ne bastano pochissime per disegnare un’immagine e trasportare un senso. In terapia può accadere quel che accade un po’ nella vita quotidiana, ci si barcamena tra l’uso di tantissime parole e l’abuso di ingombranti silenzi.

Nel tempo ho sperimentato come la poesia rappresenti il mio modo rassicurante di stare nell’esistenza: giocare a scrivere poesia mi permette di conoscermi e di lasciarmi conoscere,  modulando il timore generato da un incontro troppo intimo per me, sul confine del contatto. La poesia, col tempo, è diventata il mio modo per fare l’esperienza d’esser sconfinata. La poesia è un buon modo per me per allenare l’anima ad inventare alternative. Con la poesia rispondo al mio bisogno di stare intima con me stessa per trovare il mio modo di incontrare l’altro, il cliente, intimamente.

Ho visto colleghi fabbricare esperienze di scrittura trasformativa ed espressione poetica nello spazio terapeutico e non solo (penso al lavoro che Giovanni Porta fa da tempo e che spesso mi ispira). In molte occasioni ho proposto ai clienti quello che funziona con me stessa: prendersi del tempo per stare con se stessi, in un incontro, e scrivere la propria poesia. E poi guardare che cosa si scopre di nuovo di sé e dell’altro e del mondo. Giocando con la poesia capita di fare scoperte senza sentirsi troppo scoperti, del resto è un gioco.

Ecco, io quando gioco con la poesia respiro meglio, come quando alzi la testa e  lo sguardo e allarghi le spalle e, mentre lo fai, ti accorgi della differenza.

 

Fabbricando senso, un senso di me

C’è chi fabbrica poesia

ride sul serio
                  inventa
giochi da grande
per giorni interi
                       rompe
il gioco del silenzio
e canta forte

disobbedisce
                  e cresce.

C’è chi si mette nelle scarpe
di un altro
                 e parte
cerca il suo nascondino,

l’isola che non c’è
sta ovunque.

Gioca a palla
-prigioniera?- rotola

poi si alza
                  e sogna.

C’è chi ruba la bandiera
e corre

poi dimentica
le regole e inventa
un altro gioco.

C’è chi fabbrica

                arte, da pazzo.

 *********

 Ovunque

Respiro. E corro, corro forte

corro e rincorro il fiato,

corro e perdo il fiato

faccio rumore

sull’asfalto con i piedi, sui pensieri

coi singhiozzi

per caso

inattesi

insperati. Piove quasi.

Così è. Così lascio

andare. Corro,

ed è come salutare.

Corro

e guardo negli occhi

quegli occhi mille volte

passare per il cuore

ri_cordare.

Corro

e l’alba l’ho consumata col sudore:

adesso

è giorno

e voglio andare.

Buongiorno!

ovunque tu sia andato a camminare.

*********

 Allora muoviti!

 

Fuori da qui

                   fuori

di me

sassi

 

a caso passi

 

per casa

 

Passi pure la pioggia

ma la noia, no! ché la notte

                                            fa presto

a imbrogliarmi: farfuglia

 

cose di buio

code di freddo

strizza

                             l’occhio ruba

il passo

ferma

                           un turno giro

intorno

poi mi sposto

 

scarto. E sorpasso.

 *********

Monologo al mare

Ricordi dove eravamo

quando eravamo felici?

Sospese, tra un amore grande

e qualche sbaglio.

Indifese.

E il mare

           a brontolare

ore ed ore a dare ascolto

a quel che penso

           ripenso.

In_difesa

           rifletto

riflesso

           modo passato

tempo trascorso

           Scorro

           Acqua

acqua di fiume, tenace

acqua di mare, vorace

scavo

           la roccia

bagno la faccia di schizzi

           per scherzo

Lascio la testa

           prendo il largo

                               Ti penso

Torno

                                Presto.

 *********

Fare d’amore

 

Quando te ne sei andata

ho buttato via le chiavi

e le carezze in fondo

al silenzio,

ai miei “io penso”.

Poi sono andata in strada

in cerca di te

ho esplorato come specchio

ogni finestra: gli occhi?

I miei no, non sono i tuoi occhi:

quelli miei vibrano

dentro il buio

e vanno, schegge dall’anima

all’anima. I tuoi,

me li ricordo i tuoi: se ne stavano

perfetti e fermi a fare

quel che c’era da fare.

E poi il naso. Le labbra.

Me lo dicevi tu che c’era

la firma del babbo.

 E ridevamo.

Ti ho amata forte

ti ho fatto la corte

con il mondo in tasca,

mentre lasciavi andare

la vita

e coi denti stretti

dicevi i tuoi “no”

pure al sapore del sole.

Ti ho amata coi miei passi

e con le mani; e questo

mi resta: l’amare tenace,

l’amore del fare.

E fare d’amore è lasciare

andare, lo sento ora.

E oggi, mentre vado, dentro

Roma che nevica,

oggi

ti incontro dovunque

e sfilo dai guanti

le carezze.

E ti ascolto da qualche parte.

Cantare.

*********

E io

 

La carta

la penna

appena disfatta

cancello

la porta

d’accesso e

la matta ritorna

nel mazzo di carte

partita!

un’altra partita!

lascia che giochi

che perda

la sfida

lascia che senta

con la lingua

e le dita

amaro sfuocato

il ricordo

e gustosa la vita.

*********

Fondale, inferno notte

Ne ho abbastanza

di parole, gonfie, strappate, muffa

di quel legno salato. Affoga

nell’acqua che mi porta

la voglia di farmi una vita

come mi pare, un’esistenza

là dove non si muore. Brucia

dentro la pelle incisa, come cuoio

di cinghiate, la banalità di questo male

che mi resta addosso.
Di parole ne ho abbastanza.

*********

 

Mi faccio il mio coraggio

con le mani

intreccio pazienza e risate

per le notti di vento e impasto

 

la farina col tempo,

marmellata

di pesche e rabarbaro

Mi lecco

le dita.

 

 

*********

 

Mi muovo,

questa è la mia vita.

Mi muovo e soltanto il mare

sa trovarmi

Mi muovo

e indosso pelle

di delfino

e l’anima si bagna.

 

 

 

*********

 

Frantumate
le lenzuola, umide
                                 le mani
ingoia ogni traccia
di quei baci, stracci
                                 di passione
sospira
e vattene:
di ogni assenza almeno
val la pena di fabbricar
                                  follia.

 

 

 

Un’ora, una sera, una vita – Distanza ed intimità nella coppia

DeChirico

 

Il Workshop esperienziale si terrà a Bari, il 1 MARZO 2014

presso CREATTIVA C.so BENEDETTO CROCE, 29

Il costo dell’incontro è di € 15.

L’incontro sarà condotto da Angela Angelastro, Psicologa Psicoterapeuta

 

Per informazioni ed iscrizioni:

info@creattiva.org – tel.0805423528

oppure info@angelaangelastro.it –  cell.3204883132

Nelle relazioni, per come solitamente siamo abituati ad immaginarle e a viverle, accade di aspettarsi (se non addirittura di pretendere) che esista intimità, che l’intimità si crei spontaneamente o che venga dall’altro. Eppure l’intimità è roba che scotta: attrae e spaventa, ferisce e intriga. Ciascuno nella vita ha inventato e messo a punto i propri modi per tenerla a bada e per tenersi a distanza. E poi succede che, senza preavviso, incontriamo qualcuno che ci fa venir voglia di stare intimi, magari per un’ora, per una sera, per qualche mese o per una vita. Come ce la giochiamo questa storia dell’intimità e della distanza, a questo punto?

Propongo un breve viaggio per giocare a fare esperienza di distanze e di intimità, approfittando delle suggestioni che verranno dalla musica e dalla meditazione, dai fumetti e dalla poesia.

Il laboratorio è aperto a tutti coloro  che, almeno una volta nella vita, davanti all’amore si son sentiti disarmati; e anche a tutti coloro che si son sentiti incaxxati.
E’ aperto a chi conserva la curiosità e la voglia di fare qualche scoperta e di godersi il proprio stare al mondo.

A fior di pelle. Il massaggio infantile nella relazione tra genitori e bambini

massaggio_infantile 

A questo serve il corpo: mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani, il resto è per i pazzi.”
(Patrizia Cavalli)

 

Il massaggio infantile non è una tecnica, è un modo di stare con il proprio bambino. Si apre così l’introduzione alle attività dell’associazione italiana di massaggio infantile.

Il massaggio infantile si ispira ad un’antica pratica tradizionale indiana ed è stata diffusa in Occidente da Vimala  McClure, che, a partire dalla sua personale esperienza negli anni settanta,  ha perfezionato una sequenza di massaggi e ne ha verificato i benefici sia per i bambini che per i genitori. In seguito, Vimala ha cominciato a comunicare ad altri genitori la propria esperienza, avviando percorsi di insegnamento del massaggio infantile.

La pratica del massaggio offre ai bambini, ai genitori ed alla loro relazione molti benefici; e questo è confermato anche da recenti studi scientifici sullo sviluppo dei neonati nati pretermine.

In generale, la pratica del massaggio infantile sembra essere una privilegiata occasione per comunicare ed essere in contatto con il proprio bambino; per favorire il legame di attaccamento e rafforzare la relazione genitore-bambino; per stimolare, fortificare e regolarizzare il sistema circolatorio, respiratorio, muscolare, immunitario e gastro-intestinale; per aiutare il bambino a dare sollievo a tensioni provocate da situazioni nuove, stressanti ed a piccoli malesseri.

Se si guarda alla relazione tra genitori e bambini, poi, il momento del massaggio rappresenta un’esperienza di contatto intimo e profondo che sembra sostenere e nutrire la percezione di autoefficacia da parte dei genitori, in particolare nel caso in cui esista qualche problematica nello sviluppo dei bambini.

Per approfondimenti:

L’articolo è stato pubblicato su www.in-psicoterapia.com

La poesia in psicoterapia

fabbraNella relazione tra terapeuta e cliente, tra me e la persona che mi chiede aiuto, la poesia rappresenta per me un modo buono e comodo per costruire alleanza e intimità.
Vale per la poesia, per l’atteggiamento poetico nei confronti dell’altro e della vita, quel che vale a mio avviso anche per l’umorismo: più che di uno strumento, si tratta di un’esperienza che permette alla persona di allargare i propri confini nel mondo. Si respira meglio, come quando alzi la testa e lo sguardo e allarghi le spalle; e mentre lo fai ti accorgi della differenza.
Ciascuno cerca il proprio modo di incontrare l’altro, un modo che gli permetta di sentire e di condividere intimità: si sa, senza intimità, una seduta di terapia (così come qualunque altro incontro) non sarebbe altro che “due in una stanza”.
D’altra parte, per qualcuno più che per qualcun altro, l’intimità è roba che scotta e che qualche volta spaventa. E, allo stesso tempo, è qualcosa che attrae e che fa venir voglia di viaggiare anche un po’ fuori dai propri confini, sperimentando il contatto con l’altro. Il trucco è, come sempre, quello di trovare il proprio modo di farlo.
Un’occasione per fare esperienza di un atteggiamento poetico verso di sè e verso la propria vita

Come faccio io ad avventurarmi fuori dai miei confini – coraggiosamente e paurosamente? In quale modo mi permetto di lasciarmi vedere dall’altro e di toccare la realtà? Io lo faccio attraverso la scrittura e, in particolare, attraverso la poesia.
La poesia è quel posto in cui ho imparato a rifugiarmi quando mi pareva che la vita si facesse  spaventevole, come dicono i bambini. La poesia è quel posto in cui mi fermo  quando voglio andare da qualche parte, come i fiumi carsici che mentre non li vedi vanno lontanissimo. Nella poesia mi riposo, usando parole per togliere parole. E mi fa senso, come con la pietra quando la scolpisci: quanto più togli, tanto più prende forma e senso.
La poesia si può fare con tantissime parole e, allo stesso tempo, ne bastano pochissime per disegnare un’immagine e trasportare un senso.

La psicoterapia si fa per lo più con le parole. Ed è così che, in terapia, può accadere quel che accade anche nella vita quotidiana: ci si barcamena tra l’uso di tantissime parole e l’abuso di ingombranti silenzi.
Nel mio lavoro, dunque, propongo ai clienti di prendersi del tempo per stare con se stessi, nello spazio dell’incontro con me, e scrivere a proprio modo la propria poesia. E poi guardare che cosa si scopre di nuovo, di sè e dell’altro e del mondo. Propongo di giocare ad inventare la propria poesia a partire dalle parole di ogni giorno, magari proprio da quelle parole che ad un certo punto
della vita si son fatte pesanti o hanno perso sapore…
Con la poesia giocare a diventare grandi e fare l’esperienza di essere sconfinati.